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Commedia, novità italiana, di grande attualità in cui è centrale il tema della famiglia. Una coppia di genitori ha finalmente tagliato il cordone che la legava ai propri figli, due maschi e una femmina, ormai adulti e lontani da casa. Papà e mamma, infatti, cominciano a sentirsi liberi di tornare a vivere una vita di coppia dopo che per anni si sono sacrificati per il bene dei loro figli e tentano di tornare a fare cose di cui avevano perso il gusto dedicandosi a se stessi e ai propri hobby fino a riscoprire magicamente il "tempo libero". Ma l'immaturità dei "bamboccioni" li costringe presto a tornare nell'accogliente nido familiare con un susseguirsi di situazioni comiche imprevedibili. La coppia di genitori (Paola Gassman e Pietro Longhi) vedrà ben presto svanire il sogno di libertà che si era appena materializzato tra loro e, in un crescendo comico, dovrà adoperarsi per svuotare il nido un'altra volta.
Anna e Giulio sono una coppia di oggi. Federica e Gabriele i loro figli. Come succede spesso quando i genitori cominciano a credere di aver svolto per intero il loro compito, Giulio e Anna si trovano invece a dover affrontare una serie di problemi inaspettati. Frizzante commedia sulla famiglia nella quale c’è veramente di tutto: amore, risate, imprevisti, situazioni comiche e nevrosi quotidiane. I figli, infatti, se pur amati e ben guidati dai genitori, non sono poi così autonomi e “maturi” come sembrano. E i giovani genitori che si credevano ormai liberi di pensare un po’ a loro stessi, presto saranno costretti a rimboccarsi le maniche per rituffarsi a risolvere i problemi e le situazioni complicate dei figli. Famiglia vera, quella composta dai nostri. Ognuno porta il suo contributo di ironia, intelligenza, pazienza, simpatia per svolgere al meglio il difficile e “mai concluso” mestiere di genitore.
" La luna degli attori " di Ken Ludwig è una commedia che è stata portata in scena con grande successo nel 1996 da Anna Proclemer, Giorgio Albertazzi e Alessandra Casella ed oggi viene riproposta da PAOLA QUATTRINI, PIETRO LONGHI e MIRIAM MESTURINO. L'opera racconta le disavventure di una compagnia teatrale degli anni '50. Per George, Charlotte e Roz non e' difficile stare in scena ma uscire di scena. Gli anni passano, gli incassi non sono più quelli di una volta e prendono il via litigi, incomprensioni, identità scambiate, amori e amanti, infiniti equivoci che culminano nell'entrata in scena del capocomico ubriaco che sbaglia completamente commedia lasciando di stucco i colleghi. Questo testo ha il pregio di disegnare personaggi e umori autentici e di portare a termine un'analisi profonda del mondo dello spettacolo, dei suoi vizi e delle sue virtù, giocando con ritmo serrato in un clima di grande divertimento. Con leggerezza costringe lo spettatore ad un impietoso sguardo sulle debolezze umane e sulla "crudeltà" di certi rapporti: la vita e le disavventure di questa compagnia teatrale diventano metafora dell'intera società contemporanea. Come dicevano i Latini, ridendo castigat mores.
La nostra passione per SIMENON ci ha spinto a mettere in scena una delle storie di Maigret che hanno un più sicuro impianto teatrale. In “Maigret al Liberty Bar” il famoso commissario vive un’esperienza straordinaria, fuori dal normale anche per un uomo della sua tempra. Cercando di scoprire l’assassino di Mister Brown, Maigret si cala intere giornate nella penombra accogliente del Liberty Bar, accanto a Jaja, una donna piena di passione, fragilità, tenerezza e rimpianti alla ricerca di una ottusa felicità fatta di ubriacature e voglia di normalità. In quel microcosmo, nebuloso e comodo che ricorda una fumeria d’oppio vive anche Sylvie, una giovane prostituta con la sua avvenenza brutale. Maigret intuisce la rete di relazioni intime e disperate che c’è dietro il racconto semplice di una morte per omicidio; diventa anche lui parte del paesaggio, bevendo con Jaja e Sylvie, penetrando quel delicato tessuto connettivo umano fatto di relitti che cercano pace senza riscatto. Alla fine Maigret verrà a capo del mistero : una piccola storia d’amore. Una piccola, dolorosa storia d’amore. Portare in scena Simenon è un’operazione che ci esalta e che sta suscitando un enorme interesse presso gli innumerevoli cultori del mito di Maigret e intendiamo trasmettere al pubblico la stessa atmosfera e le stesse suggestioni raccontate dall’autore nei suoi romanzi, curando particolarmente il profilo psicologico dei personaggi.
Questo autore è stato spesso considerato dai suoi contemporanei “troppo moderno” ed ha scritto sei commedie “palliate” ispirate quindi ad un modello greco, diversamente dalle “togate” di ambientazione romana, operando una vera e propria riforma nell’ambito di questo genere, inserendovi nuovi contenuti ideologici ed attingendo nella “NEA” la commedia nuova ellenica di cui Menandro è l’esponente più noto. La carriera drammaturgica di Terenzio, non fu certo facile come quella di Plauto, forse perché nella sua opera non troviamo l’esuberanza, le acrobazie verbali, i giochi di parole del sarsinate. Terenzio, infatti, usa uno stile ed un linguaggio sobrio, naturale, all’insegna della compostezza e della semplicità evitando espressioni popolari e volgari in omaggio forse all’esigenza di equilibrio e di raffinatezza che egli mutuava dal sofisticato circolo scipionico di cui faceva parte. Anche la “contaminatio” è usata da Terenzio in maniera diversa dagli altri autori latini non ibridando una commedia con una mescolanza di varie commedie greche, ma inserendo una intera scena desunta da altri drammi all’interno di una sola commedia greca usata come modello. Nel Teatro “naturalistico” di Terenzio troviamo una suspance nuova. Lo spettatore è coinvolto emotivamente nelle vicende, prova le stesse emozioni dei personaggi e l’autore non consente procedimenti “metateatrali” cioè non vuole che venga mai interrotta l’illusione scenica e al contrario di Plauto che tendeva solo a divertire, cerca di trasmettere un messaggio morale. Nasce, insomma un’attenzione sociale che allora era una vera e propria rivoluzione culturale con dentro un messaggio di HUMANITAS. “…homo sum, humani nihil a me alienum puto…” (sono un uomo e niente di ciò che è umano considero a me estraneo…) Aprirsi agli altri, rinunciare all’egoismo, comprendere i propri limiti ed essere indulgente nei confronti degli errori degli altri: in una parola essere tolleranti e solidali. Ed è così che i personaggi di Terenzio si allontanano miglia e miglia da quelli pacchiani, spregiudicati, egoisti e truffaldini di Plauto. La nuova comicità non è più nella battutaccia o nell’intrigo e risiede più nel sorriso che nel riso, un sorriso talvolta venato di riflessione e meditazione.
Menandro, l'autore più rappresentato della "commedia nuova", considerato dagli antichi greci secondo solo ad Omero, fu per molto tempo poco più di un nome. Alcuni fortunati ritrovamenti di papiri hanno permesso alle sue commedie di riemergere dalle nebbie del tempo. Molte commedie sono incomplete, ma altre hanno permesso di tratteggiare una chiara immagine della straordinaria capacità del loro autore. La donna di Samo del titolo è Criside, già etèra e poi compagna di un benestante Demea, mercante di Atene. Attorno alla figura della donna ruotano le vicende di due famiglie in un intreccio di amori, equivoci e inganni che si scioglie nell'immancabile lieto fine. Menandro è abilissimo nel descrivere le tensioni, la fragilità, le astuzie della "nuova società" ateniese verso la fine del IV° secolo a.C. L'opera può essere definita una vera commedia degli equivoci e, nonostante tutti si comportino in assoluta buona fede e manchi la figura del malvagio, la situazione rischia sempre di precipitare. La figura femminile di Criside spicca per la sua sensibilità e modernità. La donna accetta accuse ingiuste e anche di essere cacciata di casa senza ribellarsi, solo per solidarietà femminile. Anche, Demea, il protagonista maschile ha una sua originalità. E' la trasformazione menandrea di un classico personaggio comico del passato : l'uomo maturo innamorato di una giovane che da comico, nella scrittura elegante di Menandro, si trasforma in controverso personaggio dai mille risvolti psicologici che lotta con se stesso ma non può impedirsi di essere roso dalla gelosia. Menandro non genera mai momenti di pura ilarità, ma grazie ad un senso del comico molto sottile fa sorridere molto di pregi e difetti dei vari individui che compongono la sua intrigante umanità. Non ci sono più i grandi temi del passato, le grandi passioni, i grandi obiettivi. La Grecia di Menandro si guarda dentro di se in una introspezione quasi attonita e la famiglia, o meglio il microcosmo familiare diviene il punto focale dell'indagine poetica.
QUESTI FIGLI AMATISSIMI… di Roberta Skerl con Edy Angelillo, Pietro Longhi, Danilo Celli, Carmen Di Marzo scene Mario Amodio costumi Lucia Mariani regia Silvio Giordani Divertente, simpatica, allegra, spassosa. E, nei panni della mamma demoralizzata dagli insuccessi dei suoi due ragazzi, è assolutamente credibile. Queste, in sintesi, le caratteristiche della performance di Edy Angelillo , un’attrice competente e preparata, che nel suo ultimo impegno teatrale riesce a personalizzare in modo unico il ruolo, sicuramente ben scritto, riservatole dal copione. Affiancata da un ottimo Pietro Longhi , l’attrice veneta si esibisce in questi giorni sul palco del Manzoni con « Questi figli amatissimi …», la commedia brillante e quanto mai realistica uscita dalla penna di Roberta Skerl . La precisa linea registica di Silvio Giordani riesce a rendere verosimili le dinamiche interpersonali che si sviluppano tra i quattro parenti in scena, richiamando in modo più o meno immediato le situazioni familiari di cui siamo spesso testimoni, se non proprio protagonisti. Ecco, allora, che la struttura romana chiude la stagione 2014-2015 con un testo dotato di una comicità deliziosa ed intelligente , nel rispetto della sua vocazione di palcoscenico volto ad allestire spettacoli caratterizzati da una cifra umoristica, pur sempre nel rispetto di una arguta analisi della realtà contemporanea. Pietro Longhi ed Edy Angelillo , dunque, danno volto e voce a Giulio ed Anna , due coniugi convinti, quanto meno in apparenza, di aver assolto il proprio ruolo genitoriale e di aver avviato la prole verso un futuro che procede su binari ben tracciati: lo studio all’estero per la femmina, il matrimonio e l’attività economica in campagna per il maschio. La realtà però, come sempre succede, è molto più complicata. Federica , infatti, la figlia ventiseienne, decide di lasciare Londra dove sta da un anno e mezzo a carico dei genitori che la mantengono a suon di versamenti di duemila euro al mese. Dopo aver accantonato la facoltà di medicina, per passare a quella di filosofia e, poi, a quella di scienze della comunicazione, la ragazza capisce che la propria passione si trova nel cinema, e decide di frequentare un costosissimo master in «antropologia visiva» nella capitale britannica, salvo poi accorgersi di vivere un’esperienza al di sotto delle proprie aspettative. La situazione, già di per deprimente, è peggiorata dal disastroso epilogo del rapporto col giovane finlandese Ian. Federica, interpretata dalla brava Carmen Di Marzo , è viziata, mutevole, e rende scontenti i genitori che le rimproverano un certo approccio sterile alle sue infatuazioni. Poco più di un anno di matrimonio e l’avvilente prospettiva di un imminente divorzio, è la situazione in cui versa Gabriele (un valido Danilo Celli ), il figlio maschio di Giulio ed Anna . Il ragazzo avrebbe le carte in regola per un futuro radioso, con la sua laurea in fisica molecolare ed una vita coniugale avviata, ma il giovane pensa bene di rendere il tutto più movimentato innamorandosi della vita bucolica dei terreni umbri e alimentando la propria vocazione di neo-contadino eco-ambientalista volto alla coltivazione delle zucchine biologiche. Una scelta di vita che sarà la causa della rottura del suo rapporto con la moglie Francesca, snervata da una vita tanto monotona. I quattro, fra litigi e psicosi familiari, si muovono in una scenografia che riproduce l’interno di un appartamento semplice ed elegante, curato nei dettagli da Mario Amodio finanche alla riproduzione della tromba delle scale intravista nel gioco di apertura e di chiusura delle porte. Anna e Giulio si trovano a così a fare i conti con dei figli insoddisfatti, un po’ egocentrici, privi di un tetto e, più in generale, di solide prospettive: i due genitori si rendono conto di dover continuare a svolgere il ruolo che pensavano di aver assolto in modo pressoché definitivo. I ragazzi non vogliono crescere, ma loro cosa fanno? Li spingono a cambiare o, più passivamente, continuano a coccolarli? Li incoraggiano verso nuove strade o li viziano? L’argomento sviluppato in « Questi figli amatissimi… » è indubbiamente noto e quanto mai attuale, soprattutto in una società come quella odierna che sembra certificare il prolungamento dell’adolescenza. Il rischio della pièce, dunque, potrebbe essere quello di cadere in qualche cliché trito e ritrito che vanificherebbe il senso dell’operazione. Ma il testo riesce nel tentativo di portare in scena qualcosa di originale, anche grazie alla precisa scrittura della Skerl che, oltre ad affrontare in modo costitutivo l’argomento, delinea con accuratezza i personaggi , li arricchisce di sfaccettature, li dota di quelle piccole contraddizioni che consentono loro di essere plausibili. E poi, l’autrice stimola la nascita di quel processo d’identificazione che lo spettatore ama trovare nei lavori contemporanei, un fattore che lo mette nella condizione di poter ridere soddisfatto delle situazioni tragicomiche in cui si specchia. Gradevole il personaggio di Giulio, che il bravissimo Pietro Longhi porta in scena con delicatezza e padronanza. Splendida l’interpretazione di Edy Angelillo, elegante ed armoniosa, che diverte con i suoi scatti d’ira e provoca risate a scena aperta con la sua simpaticissima mimica . Articolo di: Simona Rubeis http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/questi-figli-amatissimi-teatro-manzoni-roma-recensione- spettacolo.html
MAIGRET AL LIBERTY BAR di Georges Simenon con Paola Gassman, Pietro Longhi, Miriam Mesturino, Pierre Bresolin, Geremia Longobardo, Paolo Perinelli, Alessandro Loi regia Silvio Giordani scene Mario Amodio costumi Adelia Apostolico aiuto regia Olimpia Alvino disegno luci Sacha Donninelli sarta di scena Elisabetta Viola amministrazione Giuseppe Varano Aspetto distinto, modi burberi, accanito bevitore, instancabile fumatore di pipa: è il Commissario Maigret, creato dalla penna di Georges Simenon nel 1929 e protagonista di oltre 100 opere tra romanzi e racconti. Sul palco ha invece i modi bruschi e insieme benevoli e la voce profonda e cadenzata di Pietro Longhi. E’ lui ad inaugurare la stagione 2015/2016 del suo teatro romano vestendo perfettamente i panni del famosissimo commissario francese, chiamato stavolta a indagare su un delitto in Costa Azzurra. La vittima è un certo William Brown , australiano che da anni vive ad Antibes con l’amante e la vecchia madre ma che ama trascorrere il suo tempo al Liberty Bar. Qui si muovono le due protagoniste femminili: Jaja, la proprietaria del locale, è una donna fragile dedita all'alcol e alle passeggiate, mossa da passioni e sentimenti contrastanti; Sylvie è invece una giovane e avvenente prostituta che Jaja ha accolto nel suo mondo. Vanno e vengono poi un tipo poco raccomandabile, l'ispettore di polizia, il medico che da anni ha in cura la vecchia Jaja, il figlio di Brown arrivato dall’Australia. Tutti, anche la vittima, ruotano intorno al Liberty Bar, piccolo locale dall'atmosfera fumosa che Jaja ha reso un rifugio per anime perse , un ambiente silenzioso e confortevole, al riparo dalla calura della croisette e dalla vita mondana di Cannes. E’ in quest'ambiente e tra queste figure che dovrà indagare Maigret per scoprire la verità. Lo farà immedesimandosi nel Signor Brown, facendo sua l'abitudine della vittima di trascorrere lunghe ore al bar, di pranzare con Jaja e Sylvie, di servirsi autonomamente al bancone, di lasciarsi contagiare dall'atmosfera del Liberty Bar. Al solito, Maigret non segue gli indizi ma il suo istinto, non esamina il cadavere ma indaga nella psicologia delle persone . E solo immergendosi nelle relazioni disperate che legano i personaggi e nella profondità dei loro caratteri, il Commissario scoprirà la verità nascosta... “Liberty Bar” fu scritto da Simenon nel 1932 e, dopo alcune trasposizioni televisive, fu adattato per il teatro francese nel 1955. Ora finalmente arriva anche in Italia. E' la prima volta del Commissario Maigret sui palcoscenici italiani e a volerlo fortemente è stato il regista Silvio Giordani che, mosso da una passione decennale per i casi di Maigret, dopo lunghe trattative ne ha ottenuto i diritti scegliendo tra i romanzi di Simenon quello che, grazie all’ambientazione unica e alla molta riflessione e poca azione, aveva un più sicuro impianto teatrale. Lo spettacolo ha debuttato a luglio durante il Festival Teatrale di Borgio Verezzi (SV) suscitando subito un bell'interesse tra i cultori di Maigret. L'attenta cura nel ricreare le atmosfere tipiche dei romanzi e l'accurato delineare il carattere dei personaggi e le motivazioni psicologiche delle loro azioni, fanno che le aspettative del pubblico non restino deluse. Tutto nello spettacolo di Giordani è estremamente curato. Le musiche suggestive, in parte estratte dalla colonna sonora originale della famosa serie televisiva e in parte scelte ad hoc, creano la giusta atmosfera spaziando da Juliette Greco a Luigi Tenco a Edith Piaf. La scenografia di Mario Amodio , nella semplicità dell’ambiente unico, riproduce l'interno - familiare e un po’ retrò - del Liberty Bar con tavolini, slot-machine, poltrone, il bancone del bar e due belle vetrate liberty che si stagliano sul fondo e fanno filtrare e colorano di luce la scena. Poi, chiaramente determinanti, ci sono le interpretazioni degli attori. Su tutte spicca Paola Gassman che con la sua Jaja appassionata e straziata da alcol e rimpianti è fluida e naturale per tutto lo spettacolo fino ad arrivare all'ultima scena in cui si mostra a pieno nella sua intensità e bravura. Pietro Longhi, nei difficili panni del Commissario Maigret, ricordato da tutti soprattutto per l'interpretazione televisiva di Gino Cervi (considerato dallo stesso Simenon la miglior versione della sua creatura!), ottima prova di una recitazione decisa, pacata e ferma, a volte (volutamente) addirittura monocorde, come richiesto dal ruolo. Sylvie, la terza protagonista, è interpretata da una frizzante Miriam Mesturino mentre tra i personaggi di contorno spicca Pierre Bresolin nel ruolo dell'ispettore della polizia locale, chiamato di tanto in tanto ad alleggerire il ritmo dell'inchiesta e del racconto. E se, inevitabilmente, lo spettacolo parte lento e i primi momenti risultano più monotoni a causa della lunga chiacchierata tra ispettore e commissario con l'esposizione del delitto, dei fatti e delle piste da seguire, subito dopo, con l'ingresso degli altri personaggi e l'evolversi della vicenda, la storia prende vita e lo spettacolo tiene avvinto il pubblico per più di due ore . Caldi applausi alla fine. L'augurio è che "Maigret al Liberty Bar" possa essere il primo esperimento teatrale che apra il sipario su un fortunato filone giallo. Articolo di: Michela Staderini http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/maigret-al-liberty-bar-teatro-manzoni-roma-recensione- spettacolo.html
diretto da Pietro Longhi e Daniela Petruzzi